UNESCO ICH

La Fontana dei Tritoni, da noi restaurata è un simbolo UNESCO ICH (Intangible Cultural Heritage)

Il 7 marzo 2017, il Parlamento maltese ha ratificato la Convenzione UNESCO del 2003 per la salvaguardia del patrimonio culturale immateriale, o ICH. Malta ha riconosciuto l’importanza di stabilire meccanismi di consultazione per coordinare le attività volte ad attuare la Convenzione e per garantire che le comunità, i gruppi e gli individui che desiderano salvaguardare il loro ICH, possano essere consultati e assistiti, ove necessario, dalle agenzie governative e da altre parti interessate come ONG e istituti di ricerca. Il Ministro responsabile della Cultura a Malta ha quindi nominato un Consiglio nazionale per il patrimonio culturale immateriale per assistere nell’attuazione della Convenzione.

Premio Columbus 2020 per l’Arte alla Fonderia Marinelli

Quest’anno la cerimonia di premiazione della XXXIX edizione del Premio Columbus organizzato dal Rotary Club Firenze Est si è tenuta il 12 ottobre presso il complesso monumentale di Santa Maria Novella. L’importante premio, nacque nell’immediato dopoguerra per iniziativa del Comune con l’intento di rappresentare i legami storici ed economici con l’America. Da allora i premiati sono stati di alto profilo: Premi Nobel come Renato Dulbecco e Rita Levi Montalcini – che ricevette il Columbus prima del Nobel – fino a imprenditori e istituzioni che hanno onorato i rapporti Italia-America con particolare riferimento alla Toscana.

FIRENZE E LE FUSIONI POSTUME

Massimiliano Soldani Benzi, fiorentino, nel novembre del 1703 scriveva al principe Johann Adam Andrea I del Liechtenstein: Si consuma tanto denaro e si sparge tanto sangue nella guerra, che si può assai più volentieri sacrificar qualche spesa, in opere di questa sorte, le quali servono per l’ eternità. Il principe infatti aveva acquistato dal Soldani Benzi delle fusioni in bronzo postume tratte da calchi eseguiti sugli originali presenti nella collezione dei Medici, tra cui la Venere dei Medici, il Fauno Danzante, e il Bacco di Michelangelo. (Foto 1, 2, 3)
Oltre al principe del Liechtenstein l’altro fortunato possessore di simili ”opere eterne” di grande formato realizzate dal Soldani Benzi era John Churchill primo duca di Marlborough.(Foto 3 A)
Per il suo enorme nuovo castello di Blenheim Palace il Soldani eseguì sui medesimi calchi originali quattro fusioni in bronzo postume: la Venere dei Medici, il Fauno Danzante, l’Arrotino e i Lottatori. (Foto 4)
Solo le fusioni in bronzo postume di opere antiche del Soldani, con il loro richiamo all’eternità, trovavano posto nelle grandi collezioni nobiliari del Settecento.
Il Soldani Benzi era il direttore della Zecca dei Medici, ed era accreditato alla corte dei Granduchi di Firenze. Fu per questo che il consulente delle finanze dell’Imperatore e il Generalissimo della Regina d’Inghilterra si rivolsero a lui.
L’interesse dei due illustri personaggi alle fusioni a cera persa postume in bronzo di opere antiche, rigorosamente tratte dai calchi eseguiti dal Soldani sugli originali, nasce dall’impossibilità di entrare in possesso degli originali conservati in Vaticano o negli Uffizi di Firenze; poiché erano considerati un must imprescindibile, il collezionista o il principe attento al decoro doveva ricorrere alle fusioni postume. Ed era motivo di vanto anche appartenere alla ristretta cerchia di Principi che aveva ricevuto il permesso del Granduca Cosimo III.
Solo le fusioni in bronzo postume di opere antiche del Soldani, con il loro richiamo all’eternità, trovavano posto nelle grandi collezioni nobiliari del Settecento.
Il Soldani Benzi era il direttore della Zecca dei Medici, ed era accreditato alla corte dei Granduchi di Firenze. Fu per questo che il consulente delle finanze dell’Imperatore e il Generalissimo della Regina d’Inghilterra si rivolsero a lui.
L’interesse dei due illustri personaggi alle fusioni a cera persa postume in bronzo di opere antiche, rigorosamente tratte dai calchi eseguiti dal Soldani sugli originali, nasce dall’impossibilità di entrare in possesso degli originali conservati in Vaticano o negli Uffizi di Firenze; poiché erano considerati un must imprescindibile, il collezionista o il principe attento al decoro doveva ricorrere alle fusioni postume. Ed era motivo di vanto anche appartenere alla ristretta cerchia di Principi che aveva ricevuto il permesso del Granduca Cosimo III (Foto 5) di far eseguire tali fusioni a grandezza originale. I calchi negativi, chiamate allora come anche oggi le Forme, erano complesse da realizzare e potevano recare danni alle opere, e per questo spesso non veniva dato il permesso.
Il Granduca Cosimo III era quindi molto cauto e avaro nel concedere tali permessi: dette nel 1707 e 1708 un nullaosta parziale a Giovan Battista Foggini (Primo Scultore ed Architetto della Casa Serenissima de’ Medici) (Foto 6) per Johann Wilhelm von Pfalz-Neuburg, altri permessi per il Re Sole Luigi XIV e per il senatore della città di Genova Stefano da Passano. E solo al Foggini, esperto esecutore di calchi. Così come, in tempi più recenti, l’autorizzazione ad eseguire calchi sugli originali veniva data solo a chi era del mestiere ed aveva dimostrato senza dubbio le proprie capacità in tal senso, come al Fonditore Ferdinando Marinelli Sr. di Firenze. (Foto 7)
Come aveva fatto in precedenza il Granduca Cosimo II per le opere del Giambologna, anche Cosimo III usò tali fusioni postume come strumenti di strategie politiche. Con tali permessi riusciva ad accrescere l’importanza e la notorietà della sua collezione, ma controllò scrupolosamente che i suoi capolavori fossero calcati in modo fedele e perfetto, impedendo riproduzioni di serie e di bassa qualità.
Il Soldani era orgoglioso delle sue esclusive fusioni postume che richiedevano un grandissimo impegno diplomatico e finanziario. All’inizio dell’età moderna le collezioni di opere antiche postume era notoriamente un simbolo di prestigio, un segno di superiorità nell’ambito delle corti europee. Le alte gerarchie ecclesiastiche e l’aristocrazia utilizzavano i capolavori antichi postumi per far mostra di sé e sfidarsi cavallerescamente.
Tali opere postume erano così valutate e ricercate che gli stessi Medici avevano ne avevano fatto eseguire alcune a dimostrazione dell’evidente simbolo di prestigio che queste rappresentavano: la prima guida ufficiale degli Uffizi, il Ragguaglio di del 1759 di Giuseppe Bianchi, riporta che nella piccola stanza denominata Gabinetto dei vasi Etruschi c’erano:

    …la Venere, il Fauno, la lotta, l’Arrotino di bronzo, copiate da quelle antiche di marmo che nella Tribuna si conservano, come di sopra s’è detto, opera del famoso gettatore di metalli de’ tempi nostri Massimiliano Soldani Fiorentino…

E nel Dizionario Biografico Universale del Passigli del 1840 si dice che:

    Nella della sala dei bronzi di detta galleria [gli Uffizi] vi sono anche la Venere medicea, il Fauno, la Lotta e l’Arrotino della Tribuna in Bronzo.

Nel 1872 tali bronzi furono concessi dalla Galleria degli Uffizi alla sede romana del Ministero dell’ Economia e delle Finanze dove sono ancora esposti. (Foto 8)

Il Decamerone in Fonderia

Il capo fonderia fin dai tempi di Ferdinando Marinelli Sr. fondatore della Fonderia Artistica omonima, è stato Miniato Miniati (fig. 1, 2, 3, 4, 5 6) personaggio specialissimo. Il lavoro in fonderia per Miniato era una missione: passava più tempo in fonderia che non a casa. Ferdinando Marinelli Sr. gestiva la Fonderia in maniera patriarcale (fig. 7, 7a), come in una bottega rinascimentale. Miniato era anche un grande narratore, non si stancava mai, mentre lavorava, di raccontare al giovanissimo nipote Ferdinando Marinelli Jr che frequentava spesso la Fonderia (fig. 8), le storie e le burle avvenute tra gli artigiani, ma anche con gli scultori che frequentavano quell’ambiente. Erano burle naif, di sapore medievale, come usava tra i lavoratori e artigiani degli inizi del ‘900.
 
La burla più lunga e complessa fu quella fatta ad uno dei lavoranti, Angiolino (fig. 9, 10, 11). Era un operaio vecchio, gobbo, segaligno, con un corpo duro come il muro, tirchio in maniera patologica. Un giorno, nel parlare, il ritoccatore di cere Piero cominciò a dire che lo stipendio non gli bastava più, che si doveva sposare, e cose simili. Per più giorni continuò con questa solfa. A un certo punto aggiunse che doveva cercarsi un doppio lavoro da fare la sera e le domeniche, e continuò così per una quindicina di giorni. Poi si chetò e non disse più nulla per qualche settimana. Un giorno Angiolino gli chiese “che l’ha trovato quell’altro lavoro?”, e Piero disse di sì. E basta. Insomma tanto fece che Angiolino non stava più nella pelle dalla curiosità. E cominciò a chiedergli che lavoro aveva trovato, cosa faceva, quanto guadagnava. E Piero rispose che aveva trovato una rappresentanza di casse da morto, e che si guadagnava benino. La cosa andò avanti per un altro mesetto. Un giorno Piero si rivolse ad Angiolino e gli disse “volete risparmiare? C’ho una cassa d’occasione. L’è usata, ma l’hanno usata poco, il morto l’hanno levato subito. E costa un terzo di quelle nove. Ve la vendo a poco.” Angiolino lì per lì disse “un la voglio, accidenti a te!”. Ma Piero insisteva “tanto tra un po’ la vi ci vole”. E Angiolino “speriamo tardi”. E Piero “Presto o tardi, ma la vi ci vole. E nova spendete un capitale. Questa non costa quasi nulla, e l’è della vostra misura”. “Non la voglio! E poi in dove la metto”. “La mettete sotto il letto”. “Ma un c’ho soldi!”, “io ve la do e voi me la pagate un po’ per volta, così quando morite l’è bella pagata”. Insomma lo convinse. E dopo averlo convinto e pattuito il sistema di pagamento tutti si misero a ridere e gli dissero che era uno scherzo. “Accidenti a voi e a chi v’ha fatto nascere” disse Angiolino arrabbiatissimo, si levò la giacca da lavoro e andò via, e per una settimana non tornò a lavorare.
 
Miniato amava raccontare di una sua terribile malattia: gli capitò di bere dell’acqua da una fonte da cui bevevano tutti, e gli venne il tifo. Lo portarono all’ospedale, gli aprirono la pancia, gli tirarono fuori tutte le budella, le misero a bagno nello spirito per disinfettarle, gliele rimisero a posto, e guarì. E voleva che tutti, in fonderia e fuori, gli credessero, altrimenti cominciava ad urlare arrabbiandosi terribilmente.
 
Il cesellatore che tutti chiamavano per cognome “Tucci” (fig. 12, 13, 14) era un attore amatoriale, e a volte durante le ore di lavoro creava piccole commedie. Una volta gli fu chiesto dagli altri di organizzare, durante le ore di lavoro, una piccola rappresentazione teatrale in fonderia. Gli proposero una commedia in cui da dietro la scena il protagonista doveva recitare alcune frasi, per poi entrare in scena. Il Tucci disse che senza sipario non si poteva fare, ma gli risposero che lui si poteva nascondere nell’armadio della sua stanza, e uscire al momento giusto in “scena”. Quando entrò nell’armadio, gli altri lo chiusero a chiave, recitarono la loro parte, e quando fu il momento di farlo uscire cominciarono a far finta che la serratura si fosse inceppata. E in questo modo lo tennero dentro un paio d’ore. Uscì arrabbiatissimo, anche perché, essendosi sposato una certa Rovini, continuarono la presa in giro dicendogli che la sua compagnia teatrale era la “tu-cci rovini”.
 
Dante (detto Dantino a causa della statura) (fig. 15, 16) un’altro operaio formatore, si era portato per desinare un uovo da fare sodo, insieme a mezzo filone di pane e al litro di vino. Gli presero di nascosto l’ uovo, gli fecero i due buchini canonici, glielo bevvero, glielo riempirono di gesso e stuccarono sempre col gesso i due buchini. Dantino, all’ora di pranzo, prese l’ uovo e lo mise a bollire nel pentolino. Poi lo tirò fuori dall’acqua e lo sbucciò. L’ uovo era bello bianco e compatto. Mangiò un morso di pane e addentò l’ uovo. La conseguenza è facilmente immaginabile. Prese il coltello da formatura e voleva accoltellare tutti. Il ritoccatore di cere Piero, abile cuoco, calmò le acque perché intanto aveva fatto una grande pentola di pastasciutta, e si misero tutti a mangiare insieme.
 
Ezio (fig. 17, 18) era un manovale molto primitivo che dava poca confidenza, parlava poco e in modo non ben comprensibile. Bestemmiava, oppure grugniva. Aveva la faccia scimmiesca, la bocca era una fessura senza labbra. Era di idee anarchico comuniste. Dimostrava la sua simpatia per qualcuno tirando leggermente all’insù un lato della bocca quando lo vedeva, in quello che doveva essere un accenno di sorriso.
Un giorno, mentre aveva in mano un coltello, fu colto da un raptus e si avventò contro mio zio Aldo. Accorsero tutti e lo bloccarono. Gli fu chiesto il perché del gesto, e la risposta fu un paio di bestemmie seguite da “parla troppo”.
 
Le burle non risparmiavano nessuno, nemmeno al giovanissimo Ferdinando Marinelli Jr.: fu mandato dal mesticatore di piazza Dalmazia a comprare un etto e mezzo d’ “ombra di campanile”. Ferdinando andò contento pensando che si trattasse di una qualche sostanza che veniva adoprata nelle cere o per le patine. Del resto in fonderia adopravano il “fegato di zolfo”, la “polvere di micio”, la “colla di pesce”, la “pece greca”, la “gommalacca degli angeli”, lo “spirito”, il “carburo”, la “borace”, il “cinabrese”, il “sale di cadmio”, e non c’ era nessun motivo quindi per un bambino di pensare che non adoprassero anche l’ “ombra di campanile” come colorante o simile. Sapeva infatti che esisteva la “terra di Siena” e la “terra di Siena bruciata”. Pensò che se qualcuno bruciava Siena per ottenerne della terra di colore speciale, poteva chiamare ombra di campanile qualche cos’altro. Andò dal mesticatore, dicendo che lo mandavano dalla Fonderia Marinelli per un etto e mezzo di ombra di campanile, e mostrò i soldi che gli avevano dato. Il mesticatore rimase perplesso, non sapeva cosa fosse l’ ombra di campanile. Gli chiese “ma t’hanno detto proprio così, sei sicuro che vogliono l’ ombra di campanile? Non vorranno mica un’ altra cosa, non vorranno mica la terra d’ ombra?” Ferdinando insisteva sull’ombra di campanile. “Non ce l’ ho, ma sento il rappresentante” fu alla fine la risposta. Quando tornò in fonderia a raccontare quello che gli aveva detto il mesticatore, allora sì che tutti si ripiegarono dal ridere, perché la burla era stata fatta, non volendo, al mesticatore. Allora gli dissero “prova a vedere se almeno c’ ha 30 grammi di “baffi d’acciuga”. Il ragazzo tornò, chiese i baffi d’acciuga, e allora la burla si scoprì, e il mesticatore, rosso di vergogna e imbarazzato gli disse “vien via bambino, non s’ha mica tempo da perdere!”. Il ragazzo pensò che quel mesticatore non fosse per niente fornito, e che non capisse un gran che. Tornò in fonderia, e di nuovo tutti a ridere. Allora anche Ferdinando cominciò a sospettare qualcosa. Ma era così ingenuo che agli operai toccò spiegargli lo scherzo, ma non capiva, e la burla nei suoi confronti sfumò. Da quel giorno il mesticatore era quello dell’ombra di campanile.

Un nuovo Fiore per Ana Tzarev

Dopo la realizzazione delle tre repliche della scultura “Bird of Paradise” fuse a cera persa in bronzo e dipinte nei colori e nella tipologia di verniciatura richiesti, la Scultrice Ana Tzarev ha richiesto alla Fonderia Ferdinando Marinelli la creazione in bronzo di un’altra scultura della serie dei Fiori, un papavero gigante chiamato semplicemente “Poppy”.

E’ un lavoro molto complesso. Uno dei problemi è la necessità di rendere le sculture di Ana divisibili in più parti per facilitarne la spedizione. E se per i “Birds of Paradise” è stato complicato riuscire a rendere possibile lo smontaggio e rimontaggio in più parti, per il “Poppy” la cosa è complicatissima data la complessità dell’opera, le dimensioni, il peso e dato che è verniciata a fuoco.

Siamo ora alla fase di montaggio di tutte le parti dell’enorme fiore.