Storia


Cera persa - Storia


La nascita della fusione a cera persa si perde nella notte dei tempi. Ogni grande civiltà ne ha fatto uso, ereditandone la tecnica da civiltà precedenti o riscoprendola per conto proprio: Egitto, Cina, Oriente e Medio Oriente. Nell’Est Europa esistevano miniere di rame, componente primario del bronzo, e fonderie già nel IV millennio a.C.

Nella Grecia arcaica e ancor più in quella classica esisteva una fitta rete di fonderie d’arte, come indicano anche i resti rinvenuti nei pressi del Tempio di Apollo ad Atene, dove si fondevano a cera persa anche statue monumentali.
L’esperienza greca si trasferì a Roma dove già la lavorazione del bronzo era praticata dagli scultori etruschi, artefici di capolavori quali la Chimera d’Arezzo, la Minerva, Aulo Metello soprannominato l’Arringatore. La maggior parte delle fusioni romane diffuse in tutto l’impero, sono state rifuse dai Cristiani; si sono conservate solo quelle che rappresentano Costantino o credute tali, firmatario dell’editto che permise loro la libertà di culto.

IL BRONZO

La composizione delle leghe di bronzo usate nell’antichità è variata molto in funzione delle diverse epoche: dalle leghe composte da rame e stagno in proporzioni diverse, si passa nel IV secolo a bronzo con un alto contenuto di piombo (fino al 40%).

Vannoccio Biringuccio nel Cinquecento, nel suo trattato “De la pirotechnia” consiglia “per gittare figure”, un bronzo con percentuale di stagno dal 7,4 al 10,7% mentre Teofilo, nel XII secolo, nel terzo libro “De diversibus artis” indica come ricetta per la fusione di campane una percentuale di stagno tra il 18,7 e il 26,6%. Il bronzo utilizzato oggi dalla Fonderia Marinelli per le fusioni artistiche è composto dall’90% di rame e dal 10% di stagno, con una precisione di errore del 1%.

L’OBLIO DEL MEDIOEVO

Nel medioevo la tecnica della cera persa si perde, e altrettanto la realizzazione di sculture di bronzo. Solo in area bizantina, la fusione a cera persa rimane debolmente attiva, in particolar modo per l’esecuzione delle porte delle cattedrali che arrivano in Italia da Bisanzio (come quelle di Amalfi, Montecassino, Roma, Monte Sant’Angelo, Atrani, Salerno, Venezia, Canosa e molte altre) oppure fuse sempre sotto la direzione tecnica di maestranze bizantine in Italia.

I FASTI DEL RINASCIMENTO

Il Rinascimento italiano è stata la seconda grande epoca la fusione a cera persa. In questo periodo si assiste con i primi importanti monumenti fiorentini degli inizi del ‘400 ad una rinascita di questa tecnica.Gli artisti si impratichirono sempre di più fino a diventare maestri, come Michelozzo. La fusione a cera persa rimase sempre una tecnica difficile da praticare, tanto che il Cellini, nella sua autobiografia, narra la fusione del Perseo come un’epopea eroica. Vengono scritti trattati in cui le tecniche fusorie del bronzo si confondono con l’alchimia, come nel “De la Pirotechnia” di Vannoccio Biringuccio del 1550 e come nel “De Re Metallica” di Georgius Agricola del 1530. Le tecniche di fusione si uniscono allo studio delle proporzioni scultoree come nel “De Sculptura” di Pomponius Gauricus del 1504, Leonardo da Vinci progetta e disegna (Madrid Biblioteca Nacional) l’esecuzione di un enorme monumento equestre, “Il Moro” alto più di sette metri da fondersi in bronzo, purtroppo mai eseguito.

La terra usata per la copertura delle cere in cui poi viene gettato il bronzo è l’argilla che i fonditori trovano nelle proprie vicinanze. Col Giambologna l’argilla viene sostituita dal loto, un materiale più elastico e poroso contenente mattone macinato e elementi organici che lo rendono più elastico, come paglia o scarti della lavorazione delle stoffe, materiale che ancora oggi viene usato dalla Fonderia Marinelli.

Su molte fusioni rinascimentali si possono ancora vedere le tracce dei problemi e degli errori in cui sono incorsi i fonditori, come, per esempio, su tre delle dieci formelle della Porta del Paradiso del Ghiberti, dove si notano mancanze e “buchi” di fusione aggiustati con successiva “rifusione” di toppe di bronzo.

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